Gli Evangelici, miei fratelli, rimproverano ai cattolici l’avere istituito il processo formale di beatificazione e canonizzazione, ma a ben vedere, loro invece hanno istituito la credenza della “idealizzazione degli apostoli scrittori”, grazie alla quale questi ultimi son fatti assurgere ad una posizione di “semidio”. Mentre il fratello del Maestro di Narareth parla del profeta Elia come di “un uomo sottoposto alle stesse passioni che noi“, loro in fondo vedono Paolo, apostolo-scrittore, come un’ “entità soprannaturale“, vale a dire al di sopra di ogni giudizio, immune da alti e bassi, incapace di cedere allo stress, mai pauroso, sempre in grado di tenere sotto controllo il proprio temperamento (davvero?), sempre fiducioso, sempre “alla grande”, mai abbattuto, sempre sulla cresta dell’onda. Mi spiace deluderli: una lettura attenta della testimonianza che Paolo dà di se stesso nelle sue lettere ed in Atti, rivela che gli Evangelici hanno dell’apostolo delle genti un’immagine falsa, idealizzata.
2Corinzi 2 4 Poiché in grande afflizione ed in angoscia di cuore vi scrissi con molte lagrime….
2 Corinzi 7:5: “Infatti, anche quando arrivammo in Macedonia, la nostra carne non ebbe alcun riposo, ma fummo afflitti in ogni maniera: combattimenti di fuori, timori di dentro.“
1 Corinzi 2:3: “Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con grande tremore.” (leggi: complessi)
2 Cor. 2:8-9 “Non vogliamo che ignoriate, circa l’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati oltremodo aggravati, al di là delle nostre forze, tanto che stavamo in gran dubbio anche della vita. 9 Anzi, avevamo già noi stessi pronunciata la nostra sentenza di morte.
