Redazione e risorse del web: Della parabola del Fariseo e del Pubblicano si occupò anche Martin Luther King che, in un sermone scritto a mano per la domenica del 25 settembre del 1955, definì l’inatteso ribaltamento delle aspettative da parte di Gesù “Un affronto scioccante per i vertici dell’intricata macchina ecclesiastica” d’allora.
Nella lettura di Luca 18:9-14, Martin Luther King Jr. si rifà all’interpretazione di George Buttrick della parabola di Gesù per evidenziare la differenza tra adorazione

e morale di Cristo. King osserva che “gli autori di molti dei più grandi mali della nostra società adorano Cristo” e usa i giurati del caso Emmett Till come esempio di coloro che “adorano Cristo emotivamente e non moralmente”.

Per comprendere l’insegnamento rivoluzionario della parabola, King spiega le posizioni sociali del fariseo e del pubblicano. Il fariseo era una delle persone più rispettate della comunità, un pilastro della comunità e un cittadino di alto livello, mentre il pubblicano era visto come uno dei personaggi più disdicevoli. Tuttavia, Gesù condanna il fariseo e approva il pubblicano, una posizione che King descrive come eterodossa e rivoluzionaria, un colpo sconvolgente ai giudizi accettati del tempo.
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King sottolinea che Gesù condanna il fariseo perché confonde la pietà cerimoniale con la vita religiosa genuina. Il fariseo credeva che andare regolarmente alla sinagoga, pagare le decime e digiunare lo rendessero un uomo religioso, ma Gesù critica questa visione, affermando che la religione non può essere rinchiusa tra le mura delle osservanze religiose. La vita religiosa, secondo King, ha due aspetti: quello interiore, che è il rapporto effettivo tra l’individuo e Dio, e quello esteriore, che è l’espressione di questa devozione attraverso mezzi rituali e cerimoniali. Il pericolo, avverte King, è che il lato esteriore della religione diventi un sostituto del lato interiore, perdendo il contatto reale con Dio sotto un labirinto di formalità esterne.
King critica anche l’orgoglio spirituale del fariseo, che si paragona al pubblicano per denigrarlo. Il fariseo vede il pubblicano come un “fioretto scuro per il suo candore scintillante”, ma l’uomo veramente religioso, dice King, non fa mai così. Al contrario, riconosce la propria fragilità e la necessità della grazia di Dio. King sottolinea che la condanna non libera, ma opprime, e che il pubblicano aveva bisogno di incoraggiamento, non di condanna.
Infine, King condanna l’orgoglio spirituale del fariseo, che crede di potersi salvare attraverso le proprie azioni. Il fariseo si congratula con se stesso per le sue virtù, ma la sua bontà è intrisa di orgoglio e quindi marcia. Al contrario, il pubblicano, consapevole del proprio peccato, chiede misericordia a Dio. King conclude che una volta che un uomo si è confrontato con Dio, non può voltarsi verso chi è caduto e sentirsi superiore, poiché riconosce che potrebbe fare cose altrettanto cattive.
In sintesi, King utilizza la parabola per criticare coloro che adorano Cristo solo emotivamente e non moralmente, sottolineando l’importanza di una religione autentica che coinvolga sia il cuore sia le azioni.
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