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“Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”.

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Redazione

Parte così un’altra ricerca che, come vi sarete accorti, emerge dal vasto argomento del rapporto del cristiano con la politica in generale ed ora con le cosiddette “autorità costituite”. Sollecito i vostri commenti, le vostre letture, le vostre conclusioni. Ricordo che, dovendo trarre delle conclusioni sulla posizione particolare di Paolo, sarà opportuno se non doveroso come parla delle autorità nella prima lettera ai Corinzi, e, fatto non trascurabile, come Luca dipinge il rapporto dell’apostolo dei Gentili con le autorità romane e quelle israelitiche.

In un articolo pubblicato su https://christoverall.com dal titolo What Romans 13 Does (Not) Mean, Ardel Caneday afferma: “Il fatto che l’apostolo Paolo inviti i cristiani a essere sottomessi alle autorità governative e ci dica che ribellarsi alle autorità governative è ribellarsi a Dio non suggerisce certo che i cristiani debbano adottare una postura da pedine impertinenti e da sicofanti obbedienti. Non suggerisce di adottare il complesso del martire, di non difendersi mai da false accuse e di non parlare mai di questioni di politica pubblica. Se questo è l’obiettivo di Paolo, perché si preoccupa di scrivere queste cose ai cristiani di Roma? No! Dobbiamo comprendere questo comando generale alla luce delle azioni di Paolo altrove. Come potrebbe essere la sottomissione alle autorità di governo?” Vedi:

https://christoverall.com/article/concise/what-romans-13-does-not-mean/#:~:text=Give%20to%20everyone%20what%20you,13%3A1%E2%80%937).

L’articolo analizza il rapporto tra i cristiani e l’autorità governativa, enfatizzando come la sottomissione richiesta dalle Scritture non implichi passività o silenzio. Viene sottolineato l’esempio dell’apostolo Paolo che, pur essendo sottomesso, non esitò ad esprimere apertamente le sue posizioni e a far valere i suoi diritti di cittadino romano. Inoltre, i ministri del Vangelo sono incoraggiati a parlare su questioni politiche e sociali, seguendo l’esempio di Paolo e di altri teologi come Giovanni Calvino, che accentuano il ruolo dei governanti come servitori di Dio e del bene pubblico.

L’articolo inoltre discute l’obbligo dei cristiani, sia laici che ministri del Vangelo, di ricordare ai funzionari di governo il loro ruolo assegnato da Dio, promuovere la giustizia e servire il bene comune. Nonostante le direttive apostoliche scoraggino tumulti e insurrezioni, viene affermato che la partecipazione a proteste pacifiche e l’impegno nella vita pubblica sono compatibili con la fede cristiana. Viene respinto il ritiro dalla sfera pubblica e viene enfatizzata l’importanza del coinvolgimento attivo dei cristiani nel ricordare ai leader i loro doveri divini.

La conclusione del documento ribadisce che se Gesù è veramente il Signore, allora ogni aspetto della vita, compresa la politica, è sotto il suo dominio. Questo concetto era già stato espresso eloquentemente da Abraham Kuyper, enfatizzando che non esiste un ambito della vita umana che Cristo non rivendichi come proprio. Pertanto, il documento esorta i cristiani a vivere la loro fede in modo integrale, influenzando la società e la politica in conformità con i valori del Vangelo.

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