Ci sono sermoni che rendono un’argomentazione non valida o ingannevole. Possono momentaneamente apparire interessanti, persino convincenti ad un esame superficiale, ma alla fine scopri che non reggono ad un’analisi biblico-teologica più attenta ed informata. E’ la tragedia di gran parte dell’evangelismo italiano. Ci sono poi anche modi più allettanti per commettere errori nelle argomentazioni bibliche propinate dal pulpito, come le battute ed i riferimenti ambigui nell’uso di alcune espressioni che si prestano a più interpretazioni, qualche volta anche oscene, almeno per la vecchia morale cristiana. Ma forse la fallacia più diffusa nei nostri ambienti è l’approssimazione, cioè l’informazione non verificata, il sentito dire dato per vangelo. Altre distorsioni, fallacie hanno a che fare con nebulosità degli argomenti. Altri errori sono ingannevoli, come le argomentazioni ad hominem e gli appelli all’ignoranza, perché sotto il pretesto di dirci la verità, in realtà l’argomentazione viene utilizzata come arma di attacco personale. C’è anche una fallacia di non poco conto: “elemosinare la domanda” o “petizione di principio”, assumere implicitamente la verità della conclusione che si sta cercando di dimostrare.
Nello “studio di caso” (dall’inglese “case study”) che stiamo esaminando, vale a dire la lettera a Filemone, non diresti che Paolo non incorre mai in questi errori? Pensa ad esempio al modo come parla degli altri.
Immagine generata su richiesta di disegnare l’immagine di un predicatore vago, nebuloso. Questo passa il convento.
