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13:02 “Son forse io, Signore?”

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Editoriale sulla campagna analitica del pastorato

In questi giorni, com’è noto,  ho condiviso alcune riflessioni sul pastorato, nate non da amarezze personali né da polemica, ma da un desiderio profondo di verità e rinnovamento. La convinzione di fondo è che il pulpito ha un enorme potenziale che ancora non si è espresso. Le reazioni che ho ricevuto sono state varie  e ciascuna parla del modo come ognuno di noi vede il ministero e vive la Chiesa.  Ci sono sostanzialmente tre posizioni che emergono dai commenti: 

1. “Hai perfettamente ragione, continua, non fermarti”

Questa è la voce di chi ha sete di verità. Non cerca perfezione, ma autenticità. È spesso minoranza silenziosa nella vita di chiesa, perché chi cerca verità non sempre ha voce nel rumore- È il cuore che riconosce che l’amore per la Chiesa passa anche dalla capacità di guardarla con occhi limpidi. È il sostegno che non idolatra il sistema, ma lo vuole redento. Questa reazione è preziosa e rappresenta la maggioranza (nei commenti).  Diagnosi: Spirale del silenzio, si rimane silenziosi per il quieto vivere e per non essere emarginati dalla maggioranza consenziente al sistema.

2. “Non sono d’accordo, questo è un attacco al ministero pastorale”

Qui entra in gioco la difesa identitaria. Il ministero viene percepito come sotto accusa e quindi ci si chiude a riccio, si reagisce con chiusura. È la paura che la critica possa minare l’autorità, il rispetto, la vocazione. Ma è anche il segnale che si è confuso il ruolo con l’ego. Quando il ministero diventa intoccabile, non è più servizio ma istituzione  sacralizzata. E ogni istituzione sacralizzata smette di ascoltare.   Diagnosi: Auto-assoluzione: una forma di difesa che protegge l’identità o il ruolo (“Sì, ma non è sempre così…”  non sono sempre in errore”. Si potrebbe invocare anche il concetto di negazione selettiva e di  razionalizzazione difensiva. E’ in gioco un meccanismo di negazione cognitiva grazie al quale si protegge l’identità pastorale o il sistema denominazionale o di appartenenza da una verità scomoda. Sposta l’attenzione su ciò che funziona per evitare di vedere quello che non funziona. E’ diluizione del problema in modo da non confrontarsi con il problema. 

3. “Sì… ma non sono tutti così”

Questa è la reazione più sottile, più consolatoria. È il tentativo di salvare il quadro evitando di guardare la crepa. Anche quando si chiarisce che non si sta generalizzando, il bisogno di difendere “il resto che funziona” prende il sopravvento.  È come il malato che, pur avvertendo un dolore, si consola dicendo che il resto del corpo sta bene. Ma il dolore non sparisce perché lo si ignora. Questa reazione è una forma di auto-anestesia spirituale, una razionalizzazione che protegge dal disagio della verità. Non è malafede, ma è una forma di resistenza al cambiamento. E il cambiamento, si sa, non nasce mai dal conforto. Diagnosi: Minimizzazione ridurre la gravità del problema (“Sì, ma non è così grave…”). In ambito pastorale, questo può diventare particolarmente insidioso, perché si ammanta di buone intenzioni e spiritualità, ma alla fine può impedire la conversione, la revisione, il cambiamento. È come se si preferisse la pace apparente alla verità scomoda. Richiama l’immagine del malato che dal medico perché sta male ma insiste che il resto del corpo funziona. Vuole illudersi, in fondo. Potremmo anche dire che è una forma di auto-anestesia. A mio avviso è  la posizione più pericolosa, perché legittima lo status quo. Qui si cerca  rifugio  n argomentazioni rassicuranti, illusorie, in giustificazioni del tipo: siamo vasi di terra e nessuno è perfetto. 

Conclusione: La fede cristiana,  non è negazione della realtà. Gesù ha lanciato un attacco senza pietà contro i Farisei, ma non ha avvertito l’esigenza di precisare “ma non sono tutti così”.  Se l’avesse fatto avrebbe vanificato il suo attacco ed indebolito l’aspettativa di un cambiamento. Anche all’ultima cena non ha fatto il nome di Giuda, ha lanciato l’accusa di tradimento ed ha permesso che ognuno di loro si sentisse interpellato e  si chiedesse: Son forse io Signore?” Ecco l’atteggiamento che speravo di raccogliere con la mia analisi. I discepoli si guardano dentro. È come se Gesù avesse acceso una luce che non punta verso l’esterno, ma verso l’intimità della coscienza. E’ esattamente quello che ho fatto e sto facendo con la mia analisi spietata. 

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